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TOR BELLA MONACA/3: GLI INTERMEDIARI DELLA DROGA

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Gli intermediari della droga, i famigerati broker. Chi rifornisce di fumo e cocaina le strade di Tor Bella Monaca? Le forze dell'ordine se lo sono sempre chiesto e senza sosta hanno inseguito questi affaristi del crimine. Degli arresti ci sono stati, ma la droga continua ad arrivare a fiumi alla periferia di Roma.

Nel quartiere, fra l'altro, sono passati un sacco di mafiosi. Alcuni ci sono anche rimasti.

Per rimanere agli ultimi aggiornamenti, nel novembre scorso ci sono stati interessanti sviluppi. Nell'ambito dell'operazione 'La Romana' - portata a termine dagli uomini della Squadra Mobile della Polizia e dai militari del GICO della Tributaria della Guardia di Finanza, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia - è emerso il nome di Mauro De Bernardis. 48 anni, romano, viene indicato da inquirenti e investigatori come collettore dello stupefacente da un continente all'altro, con evidenze di prelievo delle sostanze a Santo Domingo.

Nella 'lista nera' viene citato Marco Turchetta, anche lui romano, 54 anni, ex capo degli ultrà laziali. Nell'ottobre del 2003 la DIA di Milano lo aveva accusato di traffico internazionale di droga assieme a soggetti di un certo calibro della criminalità organizzata di Napoli e Avellino.

Tor Bella Monaca è un pezzo di mondo ormai pervaso da tutte le anime della criminalità organizzata tradizionale italiana: c'è la Camorra, ma ci sono anche Cosa Nostra e la 'Ndrangheta. Nelle carte dell'inchiesta chiusa con gli arresti di novembre viene fatto il nome anche di Vincenzo Alvaro, di Sinopoli. La cittadina calabrese dà il nome alla stessa cosca ritenuta dagli investigatori dietro l'acquisto dello storico Cafè de Paris, nella strada della Dolce Vita, via Veneto. E ancora: emerge la figura di Alessandro Galanti. E' lo stesso personaggio che nel giugno 2015 affiorò negli accertamenti della Mobile sulla presenza nella Capitale di una cellula calabrese. A organizzarla Cosimo Damiano Tassone, 49 anni, del cosentino. Pesanti le accuse: "è promotore e organizzatore di illecite importazioni di ingenti quantitativi di cocaina da Colombia, Argentina e Brasile". Si sarebbe occupato dello "smistamento dello stupefacente nelle piazze della droga".

Quanto a Cosa Nostra: a metà gennaio, ancora ad opera del GICO, sono state fermate 28 persone alle quali i finanzieri sono arrivati partendo da una precedente indagine chiusa nell'ottobre scorso. Nel mirino i medesimo clan operante full time nella capitale. Tra gli indagati Gennaro Amato, 53 anni, nato ad Afragola (Napoli). Il suo nome compariva anche nell'inchiesta 'Caracas' del giugno del 2013. La Mobile scoprì un traffico di droga nella zona romana di San Basilio. Vi risultavano coinvolti il clan Gallace (calabrese) e la famiglia capitolina dei Romagnoli.

E, in conclusione, la Camorra ha fatto capolino nell'operazione 'Drone', portata a termine dai Carabinieri di Frascati nell'aprile del 2016. Coinvolta Marianeve Perna, 48 anni, di Torre Annunziata, accusata di gestore lo spaccio di via Scozza, proprio a Tor Bella Monaca. L'Arma ha poi messo a fuoco la figura della donna quale fornitrice pure del gruppo criminale che smerciava droga poco lontano, alla Borghesiana.

Secondo alcune fonti, però, alla fin fine, l'uomo forte della mala che opera su Tor Bella Monaca e su vaste aree della capitale è sempre lui, il camorrista Michele Senese, 61 anni, di Afragola. 

Arrestato nel giugno del 2013 dai Carabinieri, Senese sconta oggi l'ergastolo nel carcere Opera di Milano, sottoposto al regime duro del 41 bis per l'omicidio di Giuseppe Carlino, della banda della Marranella, a Roma. Per lo stesso delitto è dentro pure Domenico Pagnozzi, considerato l'esecutore materiale; il nome di Pagnozzi, nel febbraio 2015, finì pure nell'operazione 'Tulipano', con la quale, sempre l'Arma, scoprì un giro di usura e un notevole traffico di droga nella capitale.

Tornando a Senese, le parole più chiare su di lui le ha pronunciate Alessandro Presutti, intercettato dal GICO nell'indagine 'Luna Nera' del giugno scorso: "Cioè qui stiamo parlando de...che è il capo di Roma! No il capo di Roma, il capo...il boss della camorra romana!!! Comanda!! Comanda tutto lui!!".

2 Febbraio 2018

TOR BELLA MONACA/2: REGOLE E PREZZI DEL MERCATO DELLA DROGA

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Dall'11,8 al 98,08% di principio attivo: si taglia appena oppure tante volte la cocaina che gira a Tor Bella Monaca. Dice uno dei pochi pentiti: "spacciavano merda e stavano rovinando la vita di tante persone, compresa la mia". WikiLao ha radiografato questo mercato milionario del male, documenti alla mano.

QUANTO COSTA AI BOSS
I prezzi all'ingrosso della cocaina oscillano dai 35-39 mila ai 50 mila euro al chilo. Le cifre possono cambiare. Sono diverse, ad esempio, rispetto a Milano, Torino o altre città. Dai verbali delle inchieste calabresi si viene a sapere che quando un trafficante ha un rapporto affidabile con il fornitore sudamericano può ricevere maxisconti che gli fanno pagare la coca anche 1.200 euro al chilo.

RUOLI, PAGHE E DOSI

La regola generale è che tutti possono fare tutto, purché non si pestino altri piedi. Ovviamente i via libera dipendono dai vertici dell'organizzazione alla quale si appartiene. I compiti vanno dall'assemblaggio di utenze telefoniche dedicate, alla custodia di droga (e a volte armi); dalla preparazione e confezionamento delle dosi, alla distribuzione della 'retta' (si tratta della quantità da spacciare). Poi si devono riferire le disposizioni del capo, gestire le piazze, arruolare pusher, organizzare turni. E ancora: bisogna fare vedetta, concedere e recuperare credito, conservare la contabilità, spostare lo stupefacente, rifornire e ritirare denaro; è addirittura previsto di essere comandati a scendere in strada a fare confusione nel caso stiano arrestando qualcuno.
Per tutte queste attività serve un piccolo esercito, come ha raccontato un boss, rivelando che gli costava 18 mila euro alla settimana di stipendi.

Di solito un pusher spaccia due 'pallette di roba' al giorno. Un pacchetto conta generalmente venti pezzi e l'altro cinque. Nel primo le dosi sono del peso di 0,30 (o 0,20-0,25) grammi e vengono vendute al prezzo di 20 euro ciascuna. Nel secondo si trovano 0,50 grammi di sostanza. Il prezzo è, in questo caso, di 70 euro. A cose fatte il 'soldato' intasca 100 euro, al capo ne vanno 550.

Di solito, per i 'pali', i turni orari sono dalle 10-16 e dalle 16 alle 4 del mattino dopo. Quando ci sono guardie in vista scatta l'avvertimento con i walkie-talkie, oppure fischiando, inviando un sms o direttamente chiamando sul telefonino. La paga è intorno ai 700 euro alla settimana (che possono diventare anche 30 al giorno). Vengono piazzate due vedette a spacciatore. Per lui l'orario può essere articolato su tre fasce: 10-16, 16-22 e 22-04. Altrimenti dalle 10 alle quattro del pomeriggio e poi sino alle 22. La droga può fornirla l'organizzazione, tenendo a stipendio il pusher, oppure può essere comprata dallo spacciatore che gode di più indipendenza e che la rivende ai suoi clienti, sovente 'coccolati' con una specie di servizio di customer care che include messaggini augurali di buone feste, con l'invito di tornare presto a rifornirsi di stupefacente.

La droga viene nascosta nel battitacco delle scale, nel vano dell'ascensore, nei pacchetti di sigarette, nei tappi delle bottiglie, nelle aiuole, nei vasi, nelle auto in disuso, nei tunnel e nei garage di Tor Bella Monaca. Ai parenti di chi finisce agli arresti viene garantito uno stipendio: 150 euro alla settimana se il membro dell'organizzazione è in carcere, 100 se gli sono stati concessi i domiciliari.
Bonus vengono inoltre stanziati sotto Natale e a Pasqua. I più 'meritevoli' sono messi sotto falso contratto per ottenere permessi di lavoro e uscire dal penitenziario in cui sono detenuti.
Se però sono stati degli agenti in divisa a far scattare le manette, allora i trattamenti speciali non sono più erogati. Un conto è finire in una trappola tesa dagli uomini delle forze dell'ordine che agiscono in borghese se non sotto copertura. Altra cosa è distrarsi o commettere leggerezze.

I NOMI IN CODICE

Tutto viene chiamato con altre parole: lo stupefacente, la piazza, le armi e gli 'sbirri'. In alcune delle indagini recenti è emerso che la droga era indicata come farina, pasta fatta in casa, benzina. Ci si riferiva a "fare la spesa", "prendere un caffè", "comprare del pane", "andare a prendere la pupa" o "la ragazzina". La piazza di spaccio? "La mamma da controllare".

Gli esponenti delle forze dell'ordine sono i "lupi", o i "fuochi d'artificio". I poliziotti sono "laziali", i carabinieri "milanisti". "Macchia" era il maresciallo della stazione dell'Arma a Tor Bella Monaca. Quando arrivano, "piove", "diluvia", c'è "brutto tempo". E quindi si avverte che occorre "parcheggiare bene", che nello slang dello spaccio vuol dire che bisogna passare inosservati. Le armi si richiamano a oggetti innocenti: "biciclette" o "giocattoli". Mentre chi viene catturato "ha avuto l'influenza" se va in carcere, o "è uscito dalla malattia", quando lascia la galera.

29 Gennaio 2018

TOR BELLA MONACA/1: SPACCIO PER 25 MILIONI ALL'ANNO

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Quanto vale, sul mercato criminale della droga, la piazza di spaccio di Tor Bella Monaca? Fonti qualificate di WikiLao stimano: "rende circa 25 milioni di euro all'anno; denari spartiti da una decina di gang di strada". La cifra a sei zeri cozza con le condizioni del Municipio, il più povero di Roma. 
 
Ci vivono 28mila persone a Tor Bella Monaca, che deve il suo nome a Santa Rita da Cascia. La leggenda narra abbia dormito in queste zone che, nel 1450, erano di aperta campagna. Dove c'è l'acqua santa, però, c'è sovente anche qualche demone, si rileva, evidenziando un dato: più del 60 per cento degli abitanti di Tor Bella Monaca è stato toccato, nella sua vita, da misure giudiziarie.
 
La maggior parte di queste persone risiede nella zona delle Torri, quella delle vie con i nomi di Ferruccio Mengaroni, Ferdinando Quaglia, Giovanni Battista Scozza, San Biagio dei Platani, per intenderci.
 
Secondo fonti qualificate, in dodici mesi di attività - Pasqua, Natale, Capodanno compresi - un solo boss si mette in tasca più o meno due milioni di euro, tra smercio di cocaina, hashish e marijuana.
 
Totale riecheggiato pure nelle intercettazioni dell'operazione R9 (uno dei numeri che identifica i comprensori abitavi di Tor Bella Monaca) portata a termine dalla Squadra mobile della polizia nel 2016. 
 
A Tor Bella Monaca il crimine dà lavoro. Come fare "impresa" l'ha insegnato Scampia, zona di Secondigliano, a nord di Napoli. Dosi di droga da poter comprare si trovano a tutte le ore. L'attività è gestita da famiglie che intrecciano rapporti, anche di parentela, con soggetti di camorra, mafia e 'ndrangheta. Dove spaccia chi è stabilito con stradario e armi alla mano. Ciascun gruppo controlla una via, da un civico all'altro. Se qualcuno viene ammazzato, spesso è perché non ha pagato la sostanza comprata a credito dal suo spacciatore (qualche anno fa un pusher-killer di 18-20 anni premeva il grilletto per un debito di appena 500 euro). O per un cambio al vertice di una banda che lascia un vuoto che qualcuno vorrebbe colmare a discapito di altri. Si ammazza pure perché c'è stato uno sgarro che va vendicato. 
 
I clan tendono a convivere, perché la pax mafiosa fa comodo a tutti, copre meglio il malaffare. Il clima, però, è da 'guerra fredda': arsenali ed 'eserciti' servono a farsi vedere pronti a tutto per riempire quegli spazi che si creano dopo le retate delle forze dell'ordine. Nel 2017, a Tor Bella Monaca, ci sono state oltre cinquanta operazioni di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, includendo quei controlli nei quali, per esempio, viene acciuffato il piccolo spacciatore di 16 anni, il corriere che porta pacchi di hashish da un via all'altra o chi nasconde la cocaina in una lattina di Coca Cola o sotto la ruota di un'auto in sosta.
 
26 Gennaio 2018 

CASO DON BOSCHIN/2; Il J'ACCUSE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE

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Borgo Montello era la discarica dei Casalesi nel basso Lazio. A raccontare apertamente per primo quanto fosse presente la camorra nell’area di Latina e a due passi dalla parrocchia di don Cesare Boschin, ucciso nel marzo del 1995, fu il pentito Carmine Schiavone (deceduto nel 2015). Nel testo della Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti che chiede di riaprire le indagini sul delitto del prete anticamorra è scritto che già nel 1996 il collaboratore di giustizia dichiarò che il clan aveva utilizzato il sito di Borgo Montello tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 per sversare illecitamente rifiuti pericolosi.
 
Il 13 marzo di quell’anno – prosegue il dossier - la polizia giudiziaria di Latina interrogò l’ex boss per saperne di più. “Proprio a Latina – disse Schiavone - il mio gruppo ha realizzato un investimento di notevole entità in un'azienda agricola (ora dismessa, ndr) a Borgo Montello, costata alle casse del clan circa tre miliardi (di vecchie lire, ndr). La camorra prendeva una percentuale sui rifiuti smaltiti ed in quella struttura si occultavano bidoni di rifiuti tossici o nocivi per ognuno dei quali il nostro uomo prendeva 500 mila lire". C’è di più: "l'investimento del clan nell'area nord della provincia di Latina – aggiunge la relazione parlamentare - è stato considerevole. Oltre alla cifra di tre miliardi di lire indicata da Schiavone come investimento nei terreni e nelle opere nell'area di Borgo Montello il cartello dei Casalesi avrebbe mantenuto una struttura militare notevole, con un costo di circa 100 milioni di lire al mese, pari a 1,2 miliardi di lire all'anno". Eppure, lascia capire la Commissione, non pare che le rivelazioni del pentito siano state messe in relazione con le proteste contro la discarica lanciate del sacerdote e poi con la sua misteriosa fine violenta. E ancora, è scritto che l’uomo inviato a Latina della criminalità organizzata era “residente a Borgo Montello” e - prosegue la relazione - non è “mai stato interessato dalle indagini, pur essendo già all'epoca un soggetto molto conosciuto nella zona ed essendo nota alla polizia giudiziaria la sua detenzione di diverse armi da fuoco". Nulla è accaduto neanche dopo le dichiarazioni di Carmine Schiavone davanti a quelle stesse forze di polizia delegate alle indagini sull’omicidio di don Boschin.
 
La conclusione: "sarebbe in ogni caso auspicabile riconsiderare quelle indagini, chiuse dall’autorità giudiziaria, per tentare di ricostruire almeno il contesto, ascoltando anche i tanti collaboratori di giustizia che hanno già illustrato fatti relativi al sud del Lazio”.
 
3 Gennaio 2018