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BREXIT/2: 'IL NO ALL'UE NON LETALE PER IL REGNO UNITO'

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Gli interessi in ballo, col referendum sulla Brexit, sono enormi. Economicamente e politicamente. Il voto riguarda sì il destino dei sudditi di Sua maestà, ma, per l'oggetto stesso del quesito, anche i cittadini degli altri Paesi dell'UE e, per l'impatto del risultato (specie in caso di sconfitta del Remain), il mondo intero. Ecco perché nella campagna referendaria sono entrati attori internazionali e sovranazionali senza che questo costituisse materia di scandalo, se non per i più radicali sostenitori dell'out.

David Cameron è arrivato a ipotizzare rischi di guerra mondiale come conseguenza di un'uscita del Regno Unito dall'UE, ma il campo del premier, così come quello avverso, ha tentato di convincere gli elettori delle sue ragioni soprattutto sostenendo che converrebbe a loro in primis il Remain. Parlando, dunque, degli interessi propri dei britannici.

Al netto dei toni catastrofisti usati sovente dall'uno e dall'altro fronte, ci sono analisti e osservatori che tentano di valutare i diversi scenari aperti dal voto del 23 giugno.

Secondo alcuni rapporti riservati ottenuti da WikiLao, il Regno Unito sarebbe danneggiato commercialmente dalla Brexit, ma non ne riceverebbe un colpo mortale perché, a livello internazionale, si cercherebbe di "sistemare le cose" razionalmente.

L'introduzione di dazi europei sui prodotti UK, per esempio, è ritenuta "poco probabile", perché Londra, che importa più beni e servizi dall'UE di quanti non ne esporti, si comporterebbe alla stessa maniera. Il Regno Unito, viene ricordato, è in attivo rispetto all'UE solamente nel settore dei servizi (prevalentemente di natura finanziaria), per circa diciassette miliardi di sterline.

Inoltre, se vincesse il sì alla Brexit, l'addio all'Unione Europea non sarebbe automatico né immediato. Occorrono negoziati, come previsto dal Trattato di Lisbona. Si stima che possano durare almeno due anni. Un lasso temporale in cui il Regno Unito potrebbe ricalibrare i suoi interessi in aree del mondo che crescono più dell'UE. Intanto si potrebbe perdere "realisticamente" fino all'uno per cento di prodotto interno lordo. Una ricchezza che comunque verrebbe recuperata, con interessi, nel medio-lungo periodo.

Fra le conseguenze negative: il rating Aa1 del Regno Unito verrebbe abbassato. E gli investimenti diretti esteri potrebbero calare. A patire, poi, secondo tutte le simulazioni, sarebbe la sterlina. Ma, anche qui, senza subire choc irreparabili. La moneta si deprezzerebbe meno di quanto accaduto fra il 2007 e il 2008, quando l'erosione del suo valore fu del venticinque per cento.

Secondo gli analisti, con la Brexit, qualche banca potrebbe lasciare la City, che però rimarrebbe uno dei principali centri finanziari globali.

(Foto: ANSA)

17 Giugno 2016